sabato 12 ottobre 2013

Jussi Parikka: intervista su Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo


Intervista di Jussi Parikka su masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo a cura dei blog Obsolete Capitalism e Rizomatika. Intervista raccolta il 17 maggio 2013 e tradotta dall'inglese.


 EDIT: Abbiamo raccolto l'intervista di Parikka in questo PDF. Tutte le interviste sul populismo digitale in lingua italiana sono state raccolte nell'e.book intitolato "Nascita del populismo digitale. Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo":lo potete leggere o scaricare gratuitamente QUI.

Crowd, power and post-democracy in the 21st Century


'Fascismo di banda, di gang, di setta, di famiglia, di villaggio, di quartiere, d’automobile, un Fascismo che non risparmia nessuno. Soltanto il micro-Fascismo può fornire una risposta alla domanda globale: “Perchè il desiderio desidera la propria repressione? Come può desiderare la propria repressione?'
—Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Mille Piani, pg. 271

    Sul micro-fascismo
    OC Partiamo dall’analisi di Wu Ming, esposta nel breve saggio per la London Review of Books intitolato 'Yet another right-wing cult coming from Italy', che legge il M5S e il fenomeno Grillo come un nuovo movimento autoritario di destra.  Come è possibile che il desiderio di cambiamento di buona parte del corpo elettorale (nelle elezioni italiane del febbraio 2013) sia stato vanificato e le masse abbiano di nuovo anelato –ancora una volta– la propria repressione ? Siamo fermi nuovamente all’affermazione di Wilhelm Reich: sì, le masse hanno desiderato, in un determinato momento storico, il fascismo. Le masse non sono state ingannate, hanno capito molto bene il pericolo autoritario, ma l’hanno votato lo stesso. E il pensiero doppiamente preoccupante è il seguente: i due movimenti populisti autoritari, M5S e PdL, sommati insieme hanno più del 50% dell’elettorato italiano. Una situazione molto simile si è venuta a creare in UK, nel Maggio 2013, con il successo della formazione populista di destra dello UKIPLe tossine dell’autoritarismo e del micro-fascismo perché e quanto sono presenti nella società europea contemporanea?(1)
Jussi Parikka Penso che la situazione sia già descritta in parte nella tua domanda: a poco a poco nel corso degli ultimi due anni abbiamo visto una serie di strane fluttuazioni in tutta Europa. La recente ondata di popolarità di cui ha goduto l’UK Indipendent Party - movimento reazionario del Regno Unito - è stata anticipata da un precedente coinvolgimento di potere da parte dei Liberal Democrats portati al governo dai Tories. La politica inglese da tempo soffre di una grave staticità a causa del sistema bipolare, di conseguenza molte di queste fluttuazioni possono essere spiegate da un corpo elettorale alla ricerca di sperimentazioni, anche sfortunate, per liberarsene. Ad un livello più strutturale ed europeo, i partiti autoritari che si alimentano di paura hanno già ottenuto una forte presa sull'elettorato. Si parte dalla triste situazione ungherese, trascurata da tutti probabilmente a causa della crisi dei paesi dell’Europa mediterranea che l'ha obnubilata, in cui le politiche fasciste sono tra le più spaventose in Europa, fino ad arrivare in Finlandia al partito dei  True Finnsi Veri Finlandesi, la cui posizione di partito di protesta potrebbe in futuro consolidarsi. Non solo i partiti, però, esprimono questo strana anima micro-fascista; ad esempio in varie nazioni, e non da ultimo in Finlandia, esistono gruppi che compiono aggressive campagne contro il femminismo, per i "diritti degli uomini", e in generale per un ritorno a politiche sessuali e di genere che ritengo altrettanto spaventose quanto i poteri razzisti emergenti.


E' pertanto necessaria un’analisi degli affetti risiedenti nel cuore della crisi economica. Dobbiamo prendere sul serio le idee di Gabriel Tarde relative allo statuto affettivo dell'economia, esaminando anche le modalità attraverso le quali i vari affetti distruttivi si mobilitano; infatti tale statuto si relaziona al nostro senso del sociale (la patologia della "noità", il senso del noi, attraverso le sue qualità non condivise, la condizione Schmittiana che persiste) e alle sue variazioni attraverso la nostra capacità di valutazione cognitiva ed affettiva della crisi.

Per le sinistre socialdemocratiche in Europa sussiste la necessità di proporre un compito e una narrazione convincenti nel modo di produzione post-industriale. Finora hanno fallito, nonostante tentativi  come quelli delle "creative industries" del New Labour inglese. Queste forze sono state bollate, al contrario, come fautrici di una fragile globalizzazione, che presenta o il rischio di non portare a nulla o la persistenza dello sfruttamento dei lavoratori e delle risorse ecologiche su scala globale. Queste stesse forze non hanno trovato soluzioni alle crisi del debito, così come non sono riuscite a resistere alla nascita di nuovi nazionalismi. L’idea per la Francia di Hollande sta incontrando diversi intoppi; si tratta della stessa visione che troviamo nello stato d’animo generale in Europa. Ciò di cui, invece, ha paura la destra conservatrice è di perdere ancora più voti a favore delle forze più estreme, per cui si sta attrezzando a mantenere e attrarre quel bacino di elettori.
    1919, 1933, 2013. Sulla crisi
    OC Slavoj Zizek ha affermato, già nel 2009,  che quando il corso normale delle cose è traumaticamente interrotto, si apre nella società una competizione ideologica “discorsiva” esattamente come capitò nella Germania dei primi anni ’30 del Novecento quando Hitler indicò nella cospirazione ebraica e nella corruzione del sistema dei partiti i motivi della crisi della repubblica di Weimar. Zizek termina la riflessione affermando che ogni aspettativa della sinistra radicale di ottenere maggiori spazi di azione e quindi consenso risulterà fallace in quanto saranno vittoriose le formazioni populiste e razziste, come abbiamo poi potuto constatare in Grecia con Alba Dorata, in Ungheria con il Fidesz di Orban, in Francia con il Front National di Marine LePen e in Inghilterra con le recentissime vittorie di Ukip. In Italia abbiamo avuto imbarazzanti “misti” come la Lega Nord e ora il M5S, bizzarro rassemblement che pare combinare il Tempio del Popolo del Reverendo Jones e Syriza, “boyscoutismo rivoluzionario” e disciplinarismo delle società del controllo. Come si esce dalla crisi e con quali narrazioni discorsive “competitive e possibilmente vincenti”? Con le politiche neo-keynesiane tipiche del mondo anglosassone e della terza via socialdemocratica nord-europea o all’opposto con i neo populismi autoritari e razzisti ? Pare che tertium non datur... (2)
JP Dobbiamo essere in grado di valutare e prendere in considerazione ciò che è la crisi. La prima domanda potrebbe essere: la crisi è un’interruzione traumatica o, in realtà, è un trauma persistente? In altre parole, la nostra valutazione politica della situazione inizia da un presupposto d’istituzione di nuovi poteri sovrani di interruzione in cui la crisi esprime se stessa, e si apre a nuovi poteri politici emergenti di tipo distruttivo - oppure  esiste la crisi permanente, come fosse un rumore di fondo? 

In quale senso dobbiamo essere in grado di valutare i vari, e coalescenti, livelli temporali di questa crisi? In parte ciò potrebbe avere a che fare con le ciniche politiche internazionali suscitate dal post 11 settembre, che possiamo percepire in diversi ambiti sociali: dal mantenimento della sicurezza quotidiana alle operazioni internazionali di guerra, alle nuove tecnologie militari come i droni. Dobbiamo però essere più consapevoli del rumore di fondo: non solo opponendoci a situazioni quali i droni, alla nostra partecipazione governativa e allo schieramento di tali macchine per uccidere a distanza - ma anche alla più sistematica violenza scatenata attraverso la mancanza di acqua, di cibo e all’acuirsi dei problemi ecologici. Stiamo parlando della lenta sedimentazione di nuove procedure tecnologizzate di sicurezza intrecciate con particolari misure finanziario-economiche: la doppia faccia della violenza che ci ha attaccato negli ultimi dieci-quindici anni, violenza dei militari, della polizia e violenza dell’austerità economica, che si collega indirettamente alla massiccia quantità di perdite fisiche e mentali. Non so se ci si debba concentrare solo sulla comparsa di partiti di destra e della loro popolarità, ma anche sul tira e molla dei poteri costituiti, che sono stati fondamentali nella creazione di questa triste situazione economico-militare in cui ci troviamo, così come la volontà di quei poteri costituiti a cedere il passo ai movimenti politici estremi. Sembra che i conservatori in Gran Bretagna non abbiano problemi, al momento, nel prendere sul serio l'UKIP come un partito politico tra gli altri, così come sembra che le voci populiste dei "Veri Finlandesi" stiano per essere incorporate nello stato normale delle cose in Finlandia, e allo stesso modo, altri esempi in Europa stanno per essere normalizzati. E’ del normale dunque che dovremmo  preoccuparci!

Ma non si tratta di sfuggire alla crisi, bensì di affrontarla. Come accennato in precedenza, abbiamo bisogno di capire i vari collegamenti tra la crisi e la mobilitazione degli affetti che si attivano con gli attuali schemi finanziari, nonchè tra questi collegamenti e la più vasta crisi del settore pubblico. Le università sono sempre meno disponibili come luoghi di elaborazione di analisi e coordinamento di poteri di resistenza sia cognitivi che affettivi. I gestori delle università aziendali sono disposti a spendere sempre meno per  quelle discipline in cui queste elaborazioni avvengono. Al contrario, le università sono sempre più luoghi di saperi gestionali ed economici e annacquati centri creativi. Gli accademici si trasformano in imprenditori e manager delle loro  stesse carriere. Questo non vuol dire che ci stiamo arrendendo, ma solo che dobbiamo essere in grado di pensare quali sono i luoghi dove poter elaborare la nostra propria teoria positiva di “crisi”. Infatti, sono d'accordo con una serie di voci che, per esempio, Rosi Braidotti raccoglie nel suo nuovo libro The Posthuman (Polity, 2013) in cui richiama le idee-forza dei teorici postcoloniali e delle teoriche del femminismo che continuano ad insistere sulla possibilità di pensare l'Europa in termini di differenza: non è il progetto della fortezza Europa, ma quello dei flussi transnazionali, delle “migranze”, delle identità ibride della lingua, della sessualità e di altri modi di soggettività. Non dobbiamo dimenticare questa eredità e ricordare quale molteplicità si cela in un diverso tipo di Europa già ora esistente. Basta prendere un autobus normale a Londra, da Archway verso Kings Cross, guardare le persone intorno a voi e già capite cosa intendo.
    Sul popolo che manca
    OC Mario Tronti afferma che “c’è populismo perché non c’è popolo”. Tema eterno, quello del popolo, che Tronti declina in modalità tutte italiane in quanto “le grandi forze politiche erano saldamente poggiate su componenti popolari presenti nella storia sociale: il popolarismo cattolico, la tradizione socialista, la diversità comunista. Siccome c’era popolo, non c’era populismo.” Pure in ambiti di avanguardie artistiche storiche, Paul Klee si lamentava spesso che era “il popolo a mancare”. Ma la critica radicale al populismo - è sempre Tronti che riflette - ha portato a importanti risultati: il primo, in America, alla nascita dell’età matura della democrazia; il secondo, nell’impero zarista, la nascita della teoria e della pratica della rivoluzione in un paese afflitto dalle contraddizioni tipiche dello sviluppo del capitalismo in un paese arretrato (Lenin e il bolscevismo). Ma nell’analisi della situazione italiana ed europea è tranchant: “Nel populismo di oggi, non c’è il popolo e non c’è il principe. E’ necessario battere il populismo perché nasconde il rapporto di potere”. L’abilità del neo-populismo, attraverso l'utilizzo spregiudicato di apparati economici-mediatici-spettacolari-giudiziari, è nel costruire costantemente  "macchine di popoli fidelizzati” più simili al “portafoglio-clienti” del mondo brandizzato dell’economia neo-liberale. Il "popolo" berlusconiano è da vent’anni che segue blindato le gesta del sultano di Arcore; il "popolo" grillino, in costruzione precipitosa, sta seguendo gli stessi processi identificativi totalizzanti del “popolus berlusconiano”, dando forma e topos alle pulsioni più deteriori e confuse degli strati sociali italiani. Con le fragilità istituzionali, le sovranità altalenanti, gli universali della sinistra in soffitta (classe, conflitto, solidarietà, uguaglianza) come si fa popolo oggi? E’ possibile reinventare un popolo anti-autoritario? E’ solo il popolo o la politica stessa a mancare? (3)
JP Una cosa che ci possiamo chiedere è se ciò che s’intende oggi per politica è in un qualche modo inadeguato, piuttosto che affermare che non vi è alcuna politica. La frustrazione popolare riguardo i partiti politici, sia negli Stati Uniti che in Europa, non è una novità. Ma ciò non significa che la politica è scomparsa, o più precisamente: dobbiamo essere consapevoli della gamma di nuove pratiche che non sono necessariamente "politiche", ma sono piuttosto significative per una serie di azioni adatte nell’evocare un "popolo a venire" . Quindi sì, al di là del centro della politica rappresentativa o dell'identità politica, ci sono molti gruppi che uniscono le persone e concepiscono tali comunità in via di sviluppo: questi gruppi si presentano con modalità discontinue e non tutti sono "produttivi" dal punto di vista della politica istituzionale. Nel Regno Unito, ad esempio, si sono succeduti negli ultimi anni un numero discreto di eventi, dalle manifestazioni studentesche alle rivolte del 2011. Potrebbe non sussistere una spiegazione esaustiva del "significato" politico di tali eventi, ma abbiamo bisogno di capire cosa succede alla base, a livello affettivo, ai livelli di ciò che Gabriel Tarde chiamerebbe “imitativi”, e che cosa produce legame e separazione.

Abbiamo sicuramente bisogno di maggiori affetti anti-autoritari che portino un insieme differente di alleanze come parte della nostra realtà. Ciò che è interessante notare è che anche i partiti tradizionali, come i Tories, hanno cercato di reinventare il potere della cittadinanza con la loro retorica di emancipazione dal basso: la “big society”. Tale ciniche appropriazioni riflettono alcune idee politicamente “progressiste” come il fenomeno delle organizzazioni locali che sorgono dal basso.

Diversamente, non penso che ci dovremmo limitare al linguaggio della “mancanza” come se ci fosse un senso ideale della politica in attesa di essere riempito. Credo che ci sia bisogno di un atteggiamento etico sia verso le domande a portata di mano sia verso ciò che riconosciamo essere le difficoltà della vita quotidiana. Questo atteggiamento etico deve rifuggire il moralismo e deve cercare di coltivare nuove possibilità e nuovi stili di vita. Al momento, stiamo sbattendo contro un muro, troppo velocemente, su tanti fronti diversi, dalla vita quotidiana in Europa, alle implicazioni ecologiche dei correnti modi di produzione e consumo. Le nuove alleanze che in futuro nasceranno si costruiranno intorno a quest’asse di domande inevase. Non so se sono contento di scartare le questioni di classe - come ad esempio le possibilità di solidarietà - in quanto dogmi della sinistra. C’è ancora molto da dire e da comprendere in materia di politica economica del capitalismo contemporaneo, e una buona parte di questo “molto” testimonia la persistenza delle posizioni di classe, anche se non sempre nei modi tradizionali che conosciamo.
    Sul Controllo
    OC Gilles Deleuze nel Poscritto delle Società di Controllo, pubblicato nel maggio del 1990, afferma che, grazie alle illuminanti analisi di Michel Foucault, emerge una nuova diagnosi della società contemporanea occidentale. L’analisi deleuziana è la seguente: le società di controllo hanno sostituito le società disciplinari allo scollinare del XX secolo. Deleuze scrive che “il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri padroni”. Difficile dargli torto se valutiamo l’incontrovertibile fatto che, dietro a due avventure elettorali di strepitoso successo - Forza Italia e Movimento 5 Stelle - si stagliano due società di marketing: la Publitalia 80 di Marcello Dell’Utri e la Casaleggio Asssociati di Gianroberto Casaleggio. Meccanismi di controllo, eventi mediatici quali gli exit polls, sondaggi infiniti, banche dati in/penetrabili, data come commodities, spin-doctoring continuo, consensi in rete guidati da influencer, bot, social network opachi, digi-squadrismo, echo-chambering dominante, tracciabilità dei percorsi in rete tramite cookies: queste sono le determinazioni della società post-ideologica (post-democratica?) neoliberale. La miseria delle nuove tecniche di controllo rivaleggia solo con la miseria della “casa di vetro” della trasparenza grillina (il web- control, of course). Siamo nell’epoca della post-politica, afferma Jacques Ranciere: Come uscire dalla gabbia neo-liberale e liberarci dal consenso ideologico dei suoi prodotti elettorali? Quale sarà la riconfigurazione della politica - per un nuovo popolo liberato - dopo l’esaurimento dell’egemonia marxista nella sinistra? 

JP Penso che qui siano poste diverse questioni quindi mi concentrerò solo sulla quella del controllo. Per me, la pertinenza del testo breve di Deleuze è nel modo in cui fissa un passaggio da architetture esclusivamente di corpi umani (l’analisi foucaultiana della disciplina) alla modulazione e al controllo di corpi anche non umani: per esempio algoritmi e circuiti. Il marketing è naturalmente una forma di governo di corpi e la sua circuitazione è non solo a livello di  architettura e di modalità comportamentali esterne ma  è anche affettiva e cerebrale. Il marketing crea ambienti di comportamento e sentimento che sono anche affettivi. Questi episodi non sono del tutto nuovi sulla scena politica, ma rappresentano più un fenomeno del XX secolo: i sondaggi e le pubblicità, gli stati d'animo e la gestione delle masse su livelli affettivi, sono ciò che caratterizza l'emergere di stati mediatici del divenire marketing della politica.
    Sulla “Googlization” della politica; l’aspetto finanziario del populismo digitale
    OC La prima decade del XXI secolo è stata caratterizzata dall'insorgenza del neo-capitalismo definito "cognitive capitalism"; in questo contesto un'azienda come Google si è affermata come la perfetta sintesi del web-business in quanto non retribuisce, se non in minima parte, i contenuti che smista attraverso il proprio motore di ricerca. In Italia, con il successo elettorale del M5S, si è assistito, nella politica, ad una mutazione della categoria del prosumer dei social network: si è creata la nuova figura dell'elettore-prosumer, grazie all'utilizzo del blog di Beppe Grillo da parte degli attivisti - che forniscono anche parte cospicua dei contenuti - come strumento essenziale di informazione del movimento. Questo www.bellegrillo.it è un blog/sito commerciale, alternativo alla tradizione free-copyright del creative commons; ha un numero altissimo di contatti, costantemente incrementato in questo ultimo anno. Questa militanza digitale produce introiti poiché al suo interno vengono venduti prodotti della linea Grillo (dvd, libri e altri prodotti editoriali legati al business del movimento). Tutto ciò porta al rischio di una googlizzazione della politica ovvero ad un radicale cambio delle forme di finanziamento grazie al "plusvalore di rete", termine utilizzato dal ricercatore Matteo Pasquinelli per definire quella porzione di valore estratto dalle pratiche web dei prosumer. Siamo quindi ad un cambio del paradigma finanziario applicato alla politica? Scompariranno i finanziamenti delle lobbies, i finanziamenti pubblici ai partiti e al loro posto si sostituiranno le micro-donazioni via web in stile Obama?  Continuerà e si rafforzerà lo sfruttamento dei prosumer-elettori? Infine che tipo di rischi comporterà la “googlization della politica”? 

JP Il motivo per cui Obama è stato in grado di mobilitare una così ampia organizzazione a "livello di base" è legato ovviamente all’esistenza di strutture politiche già funzionanti. Tale organizzazione non è stata inventata dal nulla, come se si trattasse di un miracolo politico. Certo, ci sono degli elementi di interesse, ma come riforma della politica, ha fallito. Penso che Evgenij Morozov sottolinei buoni argomenti, nel suo nuovo libro “To Save Everything, Click Here", circa il fenomeno della politica che utilizza il crowdsourcing così come la forma del suo finanziamento (crowdfunding n.d.r.), e dei suoi problemi: ciò non significa che in automatico si affermino le migliori politiche governative, ma a volte si corre il rischio di concentrarsi su questioni del tutto secondarie in un mondo che ha bisogno di temi da risolvere come la crisi del Medio Oriente, la crisi ecologica e la crisi del debito! I casi studiati da Morozov si estendono dagli Stati Uniti ai partiti pirata europei, in particolare al caso Piratenpartei in Germania, e l'incapacità di essere all’altezza di tutti gli obiettivi più consistenti.

Su un altro fronte abbiamo bisogno di ricordare l'analisi di Jodi Dean del capitalismo comunicativo (Democracy and Other Neoliberal Fantasies: Communicative Capitalism and Left Politics). La fusione di ideali democratici con la retorica di nuove piattaforme tecnologiche, da Google a Facebook, è una prospettiva allettante che di sicuro è nell’agenda pubblicitaria di alcune aziende della Silicon Valley. Tuttavia, ciò conduce ad un anomalo accordo economico e di dipendenza da tali piattaforme proprietarie private. La libertà, la comunicazione e l'intelligenza delle folle - la democrazia diretta - sono obiettivi così preziosi che nessuno si aspetta che un orribile dittatore abbia il coraggio di opporsi, ma allo stesso tempo le attuali tecnologie vere e le tecniche che alimentano quegli ideali sono molto più problematiche e complesse.

Gli elettori-prosumers sono l’indizio del problema: si tratta di un riferimento all'aspetto consumistico della Rete nel quale la politica è più vicina ad essere una forma di shopping online. C'è molto lavoro nel creare, sostenere e guidare gli argomenti all'ordine del giorno della politica pubblica e questo è l’aspetto nel quale il lavoro investito dovrebbe essere valutato. Il crowdfunding non toglie il fatto che, in termini finanziari, il potere delle lobby rimanga intatto nelle mani di determinati attori chiave così come in quelle dei più grandi portafogli. 
    Sul populismo digitale, sul capitalismo affettivo
    OC James Ballard affermò che, dopo le religioni del Libro, ci saremmo dovuti aspettare le religioni della Rete. Alcuni affermano che, in realtà, una prima techno-religione esiste già: si tratterebbe del Capitalismo Affettivo. Il nucleo di questo culto secolarizzato sarebbe un mix del tutto contemporaneo di tecniche di manipolazione affettiva, politiche del neo-liberalismo e pratiche politiche 2.0. In Italia l'affermazione di M5S ha portato alla ribalta il primo fenomeno di successo del digi-populismo con annessa celebrazione del culto del capo; negli USA, la campagna elettorale di Obama ha visto il perfezionarsi di tecniche di micro-targeting con offerte politiche personalizzate via web. La nuova frontiera di ricerca medica e ricerca economica sta costruendo una convergenza inquietante tra saperi in elaborazione quali: teorie del controllo, neuro-economia e neuro-marketing. Foucault, nel gennaio 1976, all'interno dello schema guerra-repressione, intitolò il proprio corso "Bisogna difendere la società". Ora, di fronte alla friabilità generale di tutti noi, come possiamo difenderci dall'urto del capitalismo affettivo e delle sue pratiche scientifico- digitali ? Riusciremo ad opporre un sapere differenziale che -come scrisse Foucault - "deve la sua forza solo alla durezza che oppone a tutti i saperi che lo circondano"? Quali sono i pericoli maggiori che corriamo riguardo ai fenomeni e ai saperi di assoggettamento in versione network culture?
JP Non so se questo è un caso di soccorso - non ci sarà un dio o un apparato cibernetico a salvarci. Si tratta di analisi intelligenti, storiche e produttive delle situazioni in cui le nostre capacità cognitive e affettive vengono costantemente sfruttate come parte di creazione di valore, di politiche militariste e di politiche di auto-mutilazione, come l’austerità.
Il capitalismo affettivo non è tanto un’entità da cui difendersi, in quanto è un apparato di cattura, come Deleuze e Guattari lo hanno definito: é infatti, in questo senso, una logica di potere, o una macchina astratta, destinato alla coltivazione e alla cattura di mondi affettivi. Questo non significa la necessità di ritrarsi dagli affetti, ma di coltivarne di più: gli spinoziani-deleuziani spesso li chiamano i gioiosi affetti!

Una delle domande centrali per l'attivismo in Rete sembra riguardare il coinvolgimento e l'affezione: ci asteniamo dal coinvolgimento in tali sfere del capitalismo comunicativo, oppure ci impegniamo in modo diretto, immanenti ai temi chiave, alle piattaforme, e ci posizioniamo esattamente là, nei meccanismi in cui avviene la cattura? Abbandoniamo Facebook oppure costruiamo la resistenza e una voce al suo interno? In entrambi i casi, siamo coinvolti da problemi di affezione e di comunicazione, ma anche da regimi non semiotici di comunicazione: gli algoritmi. Tali piattaforme non impattano solamente sul nostro impegno quotidiano, ma creano un secondo livello di dati all’interno dei quali non è importante se il vostro messaggio è anti-capitalista o è solo una celebrazione di fotografie goliardiche con gli amici che sono state postate su Instagram.

In altre parole, abbiamo bisogno di sviluppare la nozione di "affetto/affezione" al di là dei corpi umani estendendola ad altri tipi di relazioni che alimentano i modi di soggettività post-umani. In linea con le tesi di Rosi Braidotti penso che gli attuali modi di soggettività debbano essere intesi come crocevia tra forze umane e non umane di dimensioni planetarie tra cui l’ecologia e la geologia, coinvolgendo l’algoritmico e tutte le altre funzionalità che impattano con l’”io” digitale. Qualsiasi analisi del capitalismo cognitivo deve essere rigorosa sulle tecnologie e sulle tecniche attraverso le quali avviene lo sfruttamento, nel sociale come nell’algoritmico.




Jussi Parikka, finlandese, è Reader in Media & Design at University of Southampton (UK) ed è un noto teorico dei New Media a livello internazionale. E' Adjunct Professor di Digital Culture Theory all'University of Turku in Finlandia. Tra le sue recenti pubblicazioni, da segnalare:  What is Media Archaeology? (Polity: Cambridge, 2012);  Insect Media: An Archaeology of Animals and Technology (University of Minnesota Press: Minneapolis, 2010) Posthumanities-series; Digital Contagions. A Media Archaeology of Computer Viruses (Peter Lang: New York, 2007); e, con Erkki Huhtamo, Media Archæology: Approaches, Applications, and Implications (University of California Press, Los Angeles, 2011). Ha un blog personale, Machinology.

Bibliografia
1) testi di riferimento alla domanda Sul micro-fascismo
Wu Ming, Yet another right-wing cult coming from Italy, via Wu Ming blog.
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo - Einaudi, 2002 
Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille Piani, Castelvecchi, 2010 
Gilles Deleuze, L’isola deserta e altri scritti, Einaudi, 2007 (cfr. pg. 269, 'Gli Intellettuali e il Potere', conversazione con Michel Foucault del 4 marzo 1972) “Questo sistema in cui viviamo non può sopportare nulla: di qui la sua radicale fragilità in ogni punto e nello stesso tempo la sua forza complessiva di repressione” (intervista a Deleuze e Foucault, pg. 264)

2) testi di riferimento alla domanda Sulla Crisi
Slavoj Zizek, First as Tragedy, then as Farce. Verso, Uk, 2009 (pg. 17) 

3) testi di riferimento alla domanda Sul popolo che manca
Mario Tronti, 'C’è populismo perché non c’è popolo', in Democrazia e Diritto, n.3-4/2010. 
Paul Klee, Diari 1898-1918. La vita, la pittura, l’amore: un maestro del Novecento si racconta - Net, 2004 
Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Millepiani (in '1837. Sul Ritornello' pg. 412-413)

4) testi di riferimento alla domanda Sul controllo
Jacques Ranciere, Disagreement. Politics and Philosophy, UMP, Usa, 2004
Gilles Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Ita, 2000 (pg. 234, 'Poscritto sulle società di controllo') 
Saul Newman, 'Politics in the Age of Control', in Deleuze and New Technology, Mark Poster and David Savat, Edinburgh University Press, Uk, 2009, pp. 104-122. 

5) testi di riferimento alla domanda Sulla googlizzazione della politica
Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967 - II sezione - Merce come spettacolo, tesi 42,43,44 e seguenti fino alla 53. 
Matteo Pasquinelli Google's Pagerank Algorithm, http://matteopasquinelli.com/docs/Pasquinelli_PageRank.pdf 
Nicholas Carr, The Big Switch: Rewiring the World, from Edison to Google (New York: W.W. Norton, 2008) 

6) testi di riferimento alla domanda Sul populismo digitale e sul capitalismo affettivo
Tony D. Sampson, Virality, UMP, 2012
Michel Foucault, Security, Territory and Population, Palgrave and Macmillan, 2009 
Michel Foucault, Society Must be Defended: Lectures at the Collège de France 1975—76, Saint Martin Press, 2003

Dipinto: Stelios Faitakis

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